Se sei DSA non puoi fare l’infermiera/e
Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

DSA e infermieristica: davvero chi ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento non può diventare infermiere?
Tempo di lettura: 5 minuti
Il rapporto tra DSA e infermieristica è ancora oggi al centro di molte incomprensioni e pregiudizi. Non è raro imbattersi in affermazioni che, pur non avendo alcun fondamento scientifico, rischiano di generare comportamenti discriminatori.
Durante una convention dedicata alla formazione infermieristica, una Direttrice di un Corso di Laurea triennale in infermieristica ha pronunciato una frase destinata a suscitare forte riflessione: “un DSA non può fare l’infermiere”.
Un’affermazione di questo tipo colpisce ancora di più se pronunciata all’interno di un contesto universitario, che dovrebbe rappresentare uno spazio di inclusività, equità e partecipazione attiva, promuovendo il superamento delle barriere culturali e organizzative.
Quando si parla di DSA e infermieristica, è fondamentale ricordare che i Disturbi Specifici dell’Apprendimento non rappresentano una patologia, ma un diverso modo di apprendere.

Cosa sono i DSA
Per comprendere correttamente il tema DSA e infermieristica, è necessario partire da una definizione chiara.
I DSA – Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono disturbi di origine neurobiologica che influenzano alcune abilità fondamentali dell’apprendimento.
Tra i principali DSA troviamo:
- dislessia, che riguarda la lettura
- disortografia, legata alla scrittura corretta
- disgrafia, che riguarda la grafia
- discalculia, legata al calcolo
Queste condizioni si manifestano generalmente con l’inizio della scolarizzazione, ma non compromettono le capacità cognitive generali della persona.
È importante sottolineare che i Disturbi Specifici dell’Apprendimento non sono malattie, ma difficoltà persistenti legate a un funzionamento atipico del cervello.
In Italia, i DSA sono riconosciuti dalla legge, che prevede strumenti compensativi e misure di supporto per garantire pari opportunità nell’apprendimento.
DSA e infermieristica: il rischio di discriminazione
L’affermazione secondo cui un DSA non potrebbe svolgere la professione infermieristica non trova alcuna base scientifica.
Al contrario, dichiarazioni di questo tipo rischiano di alimentare:
- comportamenti discriminatori
- esclusione dal percorso formativo
- marginalizzazione degli studenti
Il tema DSA e infermieristica dovrebbe essere affrontato all’interno di un quadro culturale fondato su:
- inclusività
- equità
- valorizzazione delle diversità
- superamento delle barriere educative e organizzative
Le università, in particolare, dovrebbero essere luoghi in cui questi principi trovano applicazione concreta.
Il caso di Laura
Per comprendere meglio le difficoltà che possono emergere nel rapporto tra DSA e infermieristica, è utile raccontare la storia di Laura.
Laura ama la medicina, ma ancora di più la professione infermieristica. Riesce a superare il test di ammissione e ad iscriversi al corso di laurea nella sua città.
All’inizio il suo sogno era semplice: entrare in un ambiente adulto, comprensivo, empatico e inclusivo.
Come lei stessa racconta:
“Il mio sogno all’inizio era quello di trovare un mondo adulto, comprensivo ed empatico. D’altronde mi accingevo ad intraprendere una professione di aiuto”.
Laura immaginava un contesto diverso da quello vissuto durante gli anni della scuola dell’obbligo.
Inclusione e università: tra teoria e realtà
L’inclusività è un valore che dovrebbe caratterizzare le istituzioni educative.
Significa promuovere:
- diversità
- rispetto reciproco
- partecipazione attiva
- pari opportunità
Significa anche superare barriere:
- fisiche
- culturali
- organizzative
Nella pratica, però, il percorso di Laura ha mostrato una realtà molto diversa.
Le difficoltà durante il percorso universitario
Fin dall’inizio della frequenza universitaria, Laura si rende conto che le sue aspettative sono state disattese.
Durante i tirocini clinici si trova spesso di fronte a tutor che, invece di insegnare e accompagnarla nel percorso formativo, adottano comportamenti che lei percepisce come veri e propri episodi di bullismo.
La motivazione principale sembra essere il suo modo diverso di apprendere e comunicare, legato alla dislessia.
La prima valutazione ricevuta durante il tirocinio è stata 17, un voto accompagnato da parole molto dure:
“Sei un rischio per i pazienti”.
L’impatto emotivo delle valutazioni
Quella valutazione ha avuto un forte impatto emotivo su Laura.
Come racconta:
“Questa valutazione mi ha emotivamente devastato”.
Successivamente, durante altri tirocini, la sua valutazione sale a 25, dimostrando un miglioramento nel percorso formativo.
Tuttavia, dopo aver appreso il giudizio precedente, alcuni tutor decidono di abbassare nuovamente il voto, portandolo prima a 23 e poi a 18.
Quando Laura chiede spiegazioni, riceve risposte vaghe:
- “Ti ho visto e non sei in grado di fare certe cose”.
Non viene mai specificato quali siano queste “cose”.
Gli strumenti compensativi e le difficoltà nello studio
Essendo dislessica, Laura utilizza mappe concettuali come strumento di studio.
Questi strumenti compensativi sono previsti dalla normativa sui DSA e rappresentano un supporto fondamentale per l’apprendimento.
Tuttavia, nel suo percorso universitario incontra ulteriori difficoltà:
- alcuni docenti non accettano l’uso delle mappe concettuali
- altri le accettano solo parzialmente
- spesso mancano indicazioni chiare su come utilizzarle
Questa situazione genera in Laura forte frustrazione.
Oggi deve affrontare tre esami importanti in tempi brevi, ma senza un supporto adeguato si sente completamente bloccata.
Il supporto istituzionale: tra burocrazia e realtà
Nel tentativo di trovare aiuto, Laura decide di rivolgersi allo sportello inclusione dell’università.
Tuttavia l’esperienza non è positiva.
Secondo il suo racconto, il supporto ricevuto si è tradotto soprattutto in:
- procedure burocratiche
- documentazione
- indicazioni poco utili nella pratica quotidiana
Alla fine decide di abbandonare l’idea di rivolgersi a questo servizio.
Le conseguenze personali
Le difficoltà incontrate nel percorso universitario hanno avuto conseguenze anche sul piano personale.
Dopo il periodo del Covid, Laura ha iniziato a soffrire di anoressia, una condizione che si è aggravata proprio a causa dei problemi vissuti all’interno dell’università.
Il suo racconto evidenzia una forte sensazione di esclusione:
“Non mi sento inclusa e accettata da nessuna parte”.
DSA e infermieristica: una riflessione necessaria
La storia di Laura solleva una riflessione importante sul rapporto tra DSA e infermieristica.
Le università segnalano oggi una carenza di iscrizioni nei corsi di laurea in infermieristica.
È quindi legittimo chiedersi se esistano situazioni simili a quella di Laura, in cui studenti motivati e determinati finiscono per essere messi ai margini del percorso formativo.
Studenti che potrebbero offrire molto alla professione infermieristica, ma che rischiano di abbandonare il percorso a causa di mancanza di inclusione e supporto.
Conclusione
Il tema DSA e infermieristica richiede una riflessione seria all’interno delle istituzioni accademiche.
Le università dovrebbero rappresentare luoghi di cultura, inclusione e valorizzazione delle differenze, dove ogni studente possa esprimere il proprio potenziale.
Garantire strumenti adeguati, supporto concreto e valutazioni trasparenti non significa abbassare gli standard formativi, ma garantire pari opportunità di accesso alla professione.
Se anche i luoghi deputati alla formazione e alla cultura non riescono a promuovere inclusione, la domanda diventa inevitabile:
chi dovrebbe farlo?
Condividi questo articolo





