9 gennaio 2026

Se sei DSA non puoi fare l’infermiera/e

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

Non è un modo di dire ma una triste realtà. Questa rigida affermazione che non trova alcun fondamento scientifico, rischia di creare comportamenti e azioni discriminatorie. 

Tempo fa mi sono imbattuta in una convention in cui una Direttrice di Corso di Laurea triennale in infermieristica si era lasciata scappare una frase infelice: “un DSA non può fare l’infermiere”.

Colpisce la frase, colpisce se chi l’ha pronunziata ha un ruolo apicale in una istituzione come l’università che dovrebbe conoscere e applicare i principi fondamentali di inclusività, partecipazione attiva, equità, e superamento delle barriere all’interno dei gruppi.

Conoscere l’argomento DSA  significa sapere che non si tratta di una patologia ma bensì un modo diverso di apprendere.

Questa rigida affermazione che non trova alcun fondamento scientifico, rischia di creare comportamenti e azioni discriminatorie, escludendo giovani che vogliono intraprendere la carriera professionale dell’infermiere.


Ma cosa sono i DSA?

Sono i Disturbi Specifici dell'Apprendimento, una categoria di disturbi neurobiologici che influenzano abilità come leggere (dislessia), scrivere (disortografia, disgrafia) e calcolare (discalculia) in modo corretto e fluente, manifestandosi con l'inizio della scolarizzazione, senza però interessare le capacità cognitive generali della persona.

I "Disturbi dell’apprendimento" sono difficoltà persistenti nell'apprendimento, non malattie, legate a un funzionamento atipico del cervello.

Questi disturbi (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia) sono riconosciuti dalla legge e richiedono supporto e strumenti compensativi per l'apprendimento. 


Il caso di Laura:

Laura ama la medicina, ma ancora di più l’infermieristica. Riesce ad entrare in università, esattamente al corso di laurea che si svolge nella sua città di origine.

            Il mio sogno all’inizio era quello di trovare (almeno speravo) un mondo adulto, comprensivo, empatico, inclusivo, d’altronde mi accingevo ad intraprendere una professione di “aiuto”. Un mondo diverso da quello che avevo incontrato mentre frequentavo la scuola dell’obbligo.

L'inclusività si accompagna spesso a diversità, rispetto, partecipazione attiva, equità, e superamento delle barriere (fisiche, culturali, organizzative), traducendosi in linguaggio consapevole, politiche concrete e un impegno a valorizzare ogni individuo, non solo i più visibili, per garantire pari opportunità e un senso di appartenenza a tutti, come evidenziato da esempi nella moda, scuola e aziende.


Purtroppo mi sbagliavo

L’ho capito da subito appena ho iniziato a frequentare il corso di laurea. Le mie aspettative sono state completamente disattese.

Durante i vari tirocini mi sono ritrovata in reparti e con infermieri tutor, che anziché insegnare mi hanno sottoposto a vero e proprio bullismo e questo solo perché apprendevo e comunicavo in maniera “diversa dagli altri”.

La prima valutazione per me motivo di grande ansia è corrisposta ad un 17, che tradotto significava sei un rischio per i pazienti (così come da loro pronunziato).


Questa valutazione mi ha emotivamente devastato

Durante il tirocinio in altri reparti, la valutazione è salita a 25. Ma i vari tutor dopo aver appreso del giudizio precedente hanno pensato bene di modificare il voto al ribasso. Raggiungendo dapprima un 23 e poi un misero 18, così i vari giudizi successivi.

Alla mia richiesta di spiegazioni la risposta è stata vaga e poco oggettiva. Del tipo “ti ho visto e non sei in grado di fare certe cose”. Non mi hanno mai spiegato cosa fossero queste “cose”.

Essendo dislessica per poter studiare, necessito di un aiuto strumentale quale l’utilizzo di mappe concettuali che molti docenti non accettano, rifiutano, oppure applicano a metà. Questo mi comporta grande frustrazione.

Adesso studio 3 materie e dovrò superare i vari esami in breve tempo, ma con queste difficoltà e nessun aiuto non riesco ad andare avanti, mi sento bloccata.

Mi sono rivolta allo sportello inclusione, ma l’aiuto che forniscono è fatto di burocrazia e procedure inutili. Infatti ho abbandonato l’idea di rivolgermi a loro.

Dopo il Covid ho iniziato a soffrire di anoressia che si è acuita con i problemi riscontrati in università.

Abbiamo leggi che nessuno applica, nessuno ti aiuta nel concreto. Non mi sento inclusa e accettata da nessuna parte, in università, nei reparti da futuri colleghi che svolgendo una professione di aiuto in primis dovrebbero aiutare giovani studenti che come me hanno tanta voglia e volontà di intraprendere questa professione.

Le università sono carenti di iscrizioni in infermieristica, ma siamo sicuri che non ci siano casi come il mio che vengono esclusi e messi all’angolo e che tanto potrebbero dare alla professione?

Ma se le università luoghi di cultura e di inclusione, non offrono questa possibilità, chi dovrebbe farlo?  

 

 

 

 

 

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