24 dicembre 2025

Manovra di Bilancio. Poveri sempre più poveri

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

La manovra finanziaria 2026 prevede tagli significativi ai fondi destinati al contrasto alla povertà, in particolare al Fondo per lo Sviluppo e Coesione

La Legge di bilancio è il documento contabile che il governo presenta ogni anno al Parlamento per dichiarare entrate e uscite dello Stato per l’anno successivo. Questa deve essere approvata entro il 31 dicembre.

Cosa colpisce di questa manovra?

La manovra finanziaria 2026 prevede tagli significativi ai fondi destinati al contrasto alla povertà, in particolare al Fondo per lo Sviluppo e Coesione ( FSC) e ai fondi per i servizi di supporto all’Assegno di Inclusione (ADI) con una riduzione del 65% dei fondi per l’inclusione sociale 2026, riducendo quindi le risorse per i servizi sociali e i percorsi per l’inclusione lavorativa .

Il FSC perderà 300 milioni di euro per il 2026. L’ADI e i servizi riceveranno un taglio del 65% dei fondi per i servizi di inclusione sociale, riducendo risorse per i comuni e i servizi socio-lavorativi.

La povertà educativa e lavorativa, si tradurrà in meno fondi per i percorsi di formazione , tirocini e supporti alle famiglie, conseguente riduzione del personale.

L’impatto per i comuni?

Si prevede una diminuzione della capacità di erogare servizi essenziali per aiutare le famiglie ad uscire dalla povertà.   

Mentre si producono tagli alle classi più in difficoltà la Caritas si esprime con grande preoccupazione.

I dati infatti della Caritas del 2024/2025 descrivono una situazione di povertà in Italia che definiscono un vero e proprio "disastro" e "allarmante", con un aumento delle persone che si rivolgono ai centri (277.775 famiglie nel 2024, +3% sul 2023 e +62,6% in 10 anni), un aumento dei "nuovi poveri" (lavoratori con stipendi troppo bassi), una povertà che si struttura e diventa più intensa e multidimensionale (economica, abitativa, sanitaria), colpendo soprattutto famiglie con figli e anziani, e una crescente difficoltà nel far fronte a bisogni primari come bollette e cure.


Ma quale novità comporta la manovra verso i poveri?

 Dopo aver cancellato il Reddito di cittadinanza (Rdc), il governo interviene anche sulla misura con cui l’ha sostituito, l’Assegno di inclusione (Adi).

Come ribadito dallo stesso governo anche nel recente Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024-2026 (decreto del ministero del Lavoro 2 aprile 2025), l’obiettivo dell’Adi “è di accompagnare il sostegno economico con un progetto concretamente orientato alla rimozione delle condizioni che sono alla radice della situazione di povertà”. 


Nella bozza della legge di bilancio, l’Adi vede sì un incremento di spesa per il sussidio monetario di 380 milioni di euro per il 2026 e aumenti progressivi negli anni successivi. Ma per compensare la spesa effettua un trasferimento a danno delle risorse per il “percorso personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa” col quale il governo si impegnava a interrompere il “circolo dello svantaggio sociale”.


Di quanto parliamo?

L’articolo 38 della bozza di bilancio prevede un taglio al “Fondo povertà” di 267,16 milioni di euro per il 2026. Secondo lo stesso Piano nazionale sociale varato ad aprile, la “quota servizi” destinata all’Adi ammontava a 417 milioni di euro, ridotti ora del 65%. Nel 2027 la sforbiciata arriverà a 346,95 milioni di euro e sommando i tagli previsti fino al 2035 si arriva a 1,65 miliardi di euro sottratti direttamente alla capacità degli Ambiti Territoriali, Sociali (ATS) e dei Comuni di finanziare i percorsi di formazione e inclusione. Così, dopo aver dimezzato la platea del Reddito di cittadinanza (il 40% dei poveri che beneficiavano del RdC ha perso il diritto con l’Adi), ora il governo si concentra sui servizi per l’inclusione, confermando il “limitato interesse per la lotta alla povertà”, come ha scritto la Caritas Italiana nel Rapporto 2025 sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia.

Ricordiamo che i poveri molto spesso sono soggetti che pur rientrando negli “abili al lavoro" , non sono in condizioni fisiche e psichiche di lavorare. Questo a causa di  malattie croniche, malattie psichiatriche come la depressione non riconosciuta dalle varie commissioni esaminatrici come invalidante.

Ma anche soggetti che non trovano un lavoro nonostante proclami di aiuto mai realizzati soprattutto nel sud Italia.

Perché accanirsi verso persone che già vivono situazioni di svantaggio sociale ed economico anzichè supportarle come avviene da anni in altri paesi europei dove i "sussidi e /o ammortizzatori sociali” sono uno standard e un valore distintivo per un paese che vuole definirsi civile ed evoluto. 
 


Autore: Gabriella Scrimieri 18 febbraio 2026
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