27 maggio 2026

Interesse pubblico e privato nella gestione della salute comunitaria, incriminati farmaci e liste d’attesa

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

Il nodo della distribuzione farmaceutica nella Legge di Bilancio: l'impatto economico del passaggio dalle Asl alle farmacie territoriali e il dibattito sui presunti conflitti d'interesse



La governance della spesa farmaceutica in Italia è tornata al centro di un aspro dibattito politico, contabile e istituzionale. Sotto la lente d'ingrandimento vi sono gli effetti della Legge di Bilancio 2024, la quale ha modificato i canali di approvvigionamento e distribuzione di una significativa quota di specialità medicinali, trasferendone la competenza dall'acquisto diretto delle Aziende Sanitarie Locali (Asl) alla rete delle farmacie convenzionate sul territorio.
Se l'intento dichiarato del provvedimento era facilitare l'accesso ai farmaci per i cittadini sfruttando la capillarità delle farmacie commerciali, l'impatto economico reale sta sollevando forti critiche da parte delle Regioni e delle forze di opposizione.


Il mutamento normativo e le contestazioni regionali


La rimodulazione dei flussi distributivi si sta traducendo, secondo le denunce e i monitoraggi degli enti locali, in un sensibile incremento della spesa farmaceutica netta a carico del sistema pubblico. I primi dati parziali offrono un quadro emblematico: nel territorio della Regione Siciliana si è registrato un incremento della spesa pari a circa 10 milioni di euro nell'arco di soli sei mesi.
Di questo aumento, una quota rilevante – quantificabile in 4 milioni di euro, pari a un incremento percentuale del +27% – è direttamente ascrivibile alla categoria dei farmaci
antidiabetici. Tale dinamica economica appare slegata da variazioni macroscopiche della domanda reale, a fronte di consumi e volumi terapeutici territoriali sostanzialmente stabili, cresciuti nello stesso periodo soltanto del +3,5%.
Estendendo le proiezioni e i trend regionali all'intero territorio nazionale, il coordinamento delle Regioni stima un impatto potenziale complessivo per le casse pubbliche di circa 700 milioni di euro. Una cifra che rischia di aggravare i già precari equilibri dei
Piani di rientro dal deficit sanitario di diverse realtà locali.


La reazione dell'esecutivo e le accuse di conflitto d'interessi


Di fronte a tali rilievi tecnici ed economici, la dialettica tra i diversi livelli dello Stato ha assunto toni particolarmente accesi. Le rimostranze delle amministrazioni regionali sono state respinte dai vertici del governo, che hanno liquidato i calcoli delle opposizioni e degli enti locali come "strafalcioni" contabili e meri "attacchi politici" privi di reale fondamento scientifico-amministrativo.
Accanto alla disputa puramente finanziaria, la controversia ha assunto una marcata connotazione politica, focalizzandosi sulla figura del Sottosegretario (o Viceministro) alla Salute, l'onorevole
Marcello Gemmato. I critici della riforma evidenziano come la figura istituzionale mantenga un profilo professionale privato strettamente interconnesso al comparto stesso: Gemmato è infatti farmacista, socio di un presidio farmaceutico e correlato a realtà cliniche private che operano nell'ambito della diagnostica e delle prestazioni sanitarie (concorrendo di fatto con le liste d'attesa della sanità pubblica).
Ad alimentare la polemica vi sono inoltre le segnalazioni relative ai flussi di finanziamento tracciabili verso i partiti della coalizione di governo: nello specifico, vengono contestati contributi economici di migliaia di euro erogati in passato dalla farmacia di famiglia del medesimo esponente politico verso la forza politica Fratelli d'Italia.
 
Concludendo


Questo intreccio tra attività professionale privata, contribuzione elettorale e attività legislativa ha sollevato forti perplessità sul piano della trasparenza e dell'etica pubblica. La critica principale si concentra sull'ipotesi che la riforma della distribuzione dei farmaci possa aver deliberatamente favorito la redditività dei canali commerciali privati, rinunciando alle economie di scala tipiche degli acquisti centralizzati delle Asl, scaricando i maggiori costi sulla collettività e riaprendo il delicato dossier sui confini tra interesse pubblico e privato nella gestione della salute comunitaria.

 

 


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Cos'è il reddito di base europeo incondizionato Il reddito di base europeo incondizionato (RBI) è una proposta sostenuta da un'Iniziativa dei Cittadini Europei che mira a introdurre una misura valida in tutta l'Unione Europea. Dal punto di vista politico, la proposta è sostenuta principalmente da: movimenti civici europei; il gruppo The Left al Parlamento europeo; i Verdi europei; alcuni parlamentari europei. L'obiettivo del reddito di base europeo incondizionato è contrastare la crescente precarietà economica, anche alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro causate dall'automazione e dall'intelligenza artificiale. Il Pilastro europeo dei diritti sociali Il reddito di base europeo incondizionato trova il proprio riferimento nel Pilastro europeo dei diritti sociali. Questo documento individua 20 principi fondamentali che guidano le politiche sociali e del lavoro degli Stati membri. I tre pilastri principali riguardano: pari opportunità condizioni di lavoro eque protezione sociale e inclusione Si tratta, tuttavia, di un documento non vincolante , la cui attuazione resta affidata alle autorità nazionali, regionali e locali. Gli obiettivi dell'Unione Europea contro la povertà La Commissione Europea ha fissato una serie di obiettivi in materia di: occupazione; competenze; inclusione sociale. Tra i risultati attesi vi è la riduzione del numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. L'obiettivo indicato dalla Commissione prevede infatti che il numero delle persone in questa condizione diminuisca di almeno 15 milioni entro il 2030 . In questo contesto, il reddito di base europeo incondizionato viene considerato da alcuni gruppi politici uno strumento utile per raggiungere tali finalità. Perché si propone il reddito di base europeo incondizionato Una misura contro la povertà Il reddito di base europeo incondizionato nasce con l'obiettivo di ridurre il numero di cittadini che vivono in condizioni di povertà, soprattutto negli Stati membri che non garantiscono redditi minimi adeguati. La misura riguarda anche coloro che, pur avendo un'occupazione, non riescono a sostenere il costo della vita e ad acquistare il cosiddetto paniere dei beni essenziali. Gli obiettivi della proposta Secondo i promotori, il reddito di base europeo incondizionato consentirebbe di: garantire una soglia minima di sussistenza dignitosa; scollegare la sopravvivenza economica dal solo lavoro subordinato; offrire maggiore potere contrattuale ai lavoratori; contrastare il fenomeno del lavoro sottopagato; tutelare i cittadini dagli effetti dell'automazione e dell'intelligenza artificiale; ridurre il rischio di indebitamento. Come funziona l'iniziativa dei cittadini europei La proposta sul reddito di base europeo incondizionato è stata registrata dalla Commissione Europea il 7 luglio 2026 . Attualmente la raccolta firme non è ancora iniziata. Le prossime fasi Gli organizzatori avranno: 6 mesi di tempo dalla registrazione per completare gli aspetti organizzativi e fissare la data di avvio della raccolta firme; 12 mesi per raccogliere le adesioni una volta aperta ufficialmente l'iniziativa. Per consentire alla Commissione Europea di esaminare formalmente la proposta sarà necessario raggiungere contemporaneamente due requisiti: almeno 1 milione di firme di cittadini dell'Unione Europea; superare la soglia minima prevista in almeno 7 Stati membri. Reddito di base europeo incondizionato e povertà in Italia Il tema del reddito di base europeo incondizionato assume particolare rilevanza anche alla luce dei dati italiani sulla povertà. Secondo i dati ISTAT richiamati nel testo: il 9,8% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; le persone coinvolte sono stabilmente 5,7 milioni . Numeri che riportano al centro del dibattito la necessità di individuare strumenti efficaci di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Conclusione: una nuova opportunità per il contrasto alla povertà? Il reddito di base europeo incondizionato rappresenta una proposta che punta a rafforzare la protezione sociale nell'Unione Europea, garantendo un sostegno economico minimo ai cittadini e affrontando le nuove sfide poste dalla precarietà lavorativa e dall'evoluzione tecnologica. Resta ora da verificare se l'iniziativa riuscirà a raccogliere il consenso necessario per essere esaminata dalle istituzioni europee. 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