Il 3 giugno scorso L’UE richiama ufficialmente l’Italia sul tema lavoro e occupazione
Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

I dati ufficiali dell’Istat confermano che l’occupazione in Italia è aumentata. Ma è proprio così?

I dati ufficiali dell’Istat confermano che l’occupazione in Italia è aumentata. In ogni caso le statistiche ufficiali indicano che i numeri presentano criticità strutturali, tra cui il forte invecchiamento della forza lavoro, e la prevalenza di contratti precari.
Nel 2026 si registra un tasso di occupazione pari al 63,1% e questo ci farebbe gioire, se non fosse che l’Unione Europea ci ha richiamati all’ordine, limitando sia gli entusiasmi che le informazioni incomplete e fuorvianti.
I dati confermano che la crescita numerica degli occupati è trainata quasi esclusivamente dalle fasce over 50 e da un massiccio ricorso a contratti a termine o parte-time involontari, generando quindi una diffusa precarizzazione e un calo del potere d’acquisto (lavoro povero).
La variabile età e tipo di occupazione
- Oltre il 90% della crescita occupazionale è quasi interamente trainato dai lavoratori over 50. Questo fenomeno è legato all’invecchiamento demografico generale e alle strette sui requisiti di pensionamento che costringono i lavoratori a rimanere occupati molto più a lungo, bloccando il turnover generazionale
- Il lavoro povero e i salari stagnanti, si concentrano spesso in settori a basso valore aggiunto (servizi, turismo, commercio) e nel lavoro autonomo. Molti di questi contratti offrono retribuzioni orarie inadeguate a contrastare l’inflazione determinando condizioni di lavoro povero
- Stagnazione dell’occupazione tra i giovani divenuto ormai un fenomeno strutturale grave
- Inattività giovanile: spesso il calo della disoccupazione tra i giovani non corrisponde a un aumento delle assunzioni, ma è guidato da un aumento degli “inattivi” ovvero giovani che rinunciano a cercare un’occupazione
- Gli occupati che fanno salire la percentuale di occupazione sono coloro che hanno contratti a termine e precari
- Le assunzioni a tempo indeterminato subiscono rallentamenti e il lavoro risulta spesso sottopagato e discontinuo
Nonostante il trend in crescita nazionale, l’Italia continua a rimanere molto indietro rispetto all’Eurozona, posizionandosi tra gli ultimi posti in Europa per percentuale di popolazione attiva.
Un vero e proprio richiamo ufficiale da parte dell’UE all’Italia
Sono stati affrontati diversi punti critici di cui soffre “il lavoro in Italia”
- La produttività; se ci si concentra solo su questa variabile non è possibile migliorare tutto ciò che gira intorno al tema “lavoro”
- L’Italia è l’unico paese dell’OCSE in Europa insieme alla Grecia, che non ha recuperato il valore dei salari reali dal 2019. -7% rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. Mentre Francia e Germania hanno quasi azzerato il gap con il passato, l’Italia continua a pesare con un ritardo ormai strutturale e continuo (secondo il Centro di Ricerca in Analisi Economica CRIEP, il problema è la stagnazione della produttività e i ritardi nei rinnovi contrattuali)
- Troppa precarietà: gli occupati che fanno salire la percentuale di occupazione sono coloro che hanno contratti a termine e i precari
- Le assunzioni a tempo indeterminato subiscono rallentamenti
- Remunerazioni, lavoro spesso sottopagato e discontinuo
- Ci sono alcuni sindacati che applicano salari meno favorevoli e troppo al ribasso creando un vero e proprio dumping contrattuale
- Qualità del lavoro precaria
- Rinnovi contrattuali con tempi troppo lunghi
L’Esecutivo di questo Governo ha bocciato la proposta di adozione del salario minimo, il presupposto è che l’Italia contrasta la soglia di povertà e i minimi salariali attraverso la copertura della Contrattazione Collettiva e i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro ritenuti strumenti sufficienti a tutelare i lavoratori.
In Europa 22 dei 27 paesi membri dell’UE hanno adottato un salario minimo nazionale stabilito per legge. Ne restano fuori 5 tra cui l’Italia.
La realtà dei fatti è ben diversa dalla narrazione. In Italia operano milioni di lavoratori con CCNL scaduti da anni o impiegati in settori dove le tutele previste non sono sufficienti a garantire una soglia di sussistenza dignitosa.
Si è proposto un salario giusto che non offre garanzie di certezza. A differenza del salario minimo, il salario giusto si basa su contratti collettivi di categoria. La retribuzione equa è quella stabilita dai sindacati e dalle associazioni datoriali maggiormente rappresentative.
Il salario giusto è un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità, qualità del lavoro prestato, che è definito dai contratti collettivi nazionali.
Il salario minimo è considerato da molti esperti più efficace per combattere la povertà lavorativa perché fissa una soglia invalicabile, contrastando di fatto i contratti pirata. Il salario giusto lascia scoperte ampie fasce di lavoratori (precari, autonomi) e non fissa un tetto minimo garantito per legge.
Concludendo
Le politiche di contrasto alla povertà in Italia sono ancora molto lontane da quello che l’Unione Europea ci chiede e a cui molti paesi hanno già aderito.
Adottare politiche del lavoro più garantiste significa tutelare la dignità del singolo lavoratore, creare stabilità economica ma anche sociale, contrastando le disuguaglianze.
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