18 novembre 2025

Oggi si firma per l'Autonomia Differenziata ma i LEP sono ancora da definire

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

In vista delle prossime regionali che si terranno in Veneto, Campania e Puglia tutto si può realizzare anche questioni in sospeso da anni

In vista delle prossime regionali che si terranno in Veneto, Campania e Puglia tutto si può realizzare anche questioni in sospeso da anni.

Oggi il Ministro Calderoli firmerà a Palazzo Lombardia insieme al governatore Attilio Fontana i documenti per la pre-intesa con il Governo sull’autonomia differenziata. Gli atti riguarderanno le prime 4 materie per cui non è prevista la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni). Ma perché questa precisazione?

LA Presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva promesso e tranquillizzato gli italiani che la riforma sull’autonomia differenziata sarebbe stata firmata solo dopo aver definito i LEP.

Ma in vista delle regionali si è data un accelerata per non scontentare nessuno.

Ma c’è una questione sottile che va sottolineata. Gli argomenti per la pre-intesa saranno: protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa e una parte della sanità (fortemente e prioritariamente prevista nei LEP). Purtroppo sembra che le priorità non sono i livelli essenziali delle prestazioni che garantiscono equità di trattamento dei cittadini del nord e del sud, ma le elezioni regionali in cui tutto sembra più realizzabile. 

A questo punto però vale la pena ricordare alcuni aspetti storici e ideologici montati intorno alla questione meridionale.

Famosa e ancora attuale l'affermazione che il Nord abbia "rubato" al Sud. Questa si basa sulla tesi che dopo l'Unità d'Italia, il processo di industrializzazione abbia favorito il Nord, portando alla chiusura di fabbriche nel Sud e a un trasferimento di ricchezza e risorse verso il Centro-Nord. Questo ha contribuito a creare un divario economico e sociale duraturo, manifestato nel differenziale di PIL pro capite, tassi di investimento e condizioni di vita, che continua a persistere (Eurispes, 2020). 

In base ai dati governativi dei Conti pubblici territoriali (del Mezzogiorno), 61 miliardi all’anno vengono sottratti al Sud dal 2009, da quando si sarebbe dovuto riequilibrare la spesa pubblica «storica» che favoriva il Nord.

Il presidente dell'Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno (Svimez) ha dichiarato che "il Nord ha sottratto al Sud 60 miliardi all'anno". Come è stata ottenuta questa stima? Nell'analisi della Svimez vi sono una serie di peculiarità che distorcono notevolmente il risultato. Innanzitutto, l'analisi è basata sui dati di spese ed entrate di fonte CPT (Conti Pubblici Territoriali a cura dell'Agenzia della Coesione) la cui somma per regioni è molto diversa dai totali nazionali ISTAT, un punto (di notevole gravità) che è già stato messo in evidenza dalla Banca d'Italia e dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio.
In secondo luogo, viene considerata la spesa della cosiddetta P.A. allargata, ovvero l'insieme di società partecipate, enti locali e amministrazioni centrali. Di conseguenza, in questi 60 miliardi sono incluse le spese di società come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo che sono quotate in borsa e non operano in base a obiettivi di perequazione geografica, bensì di profittabilità e che devono comunque cercare di soddisfare la domanda effettiva per i beni e servizi prodotti. È quindi pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d'affari sono tipicamente maggiori (Repubblica, 26 settembre 2020).

Ma per il sud ITALIA arrivano i fondi di perequazione, strumenti creati per ridurre le disparità tra diverse aree, che siano regioni, comuni o lavoratori, compensando gli squilibri economici e garantendo l'omogeneità nell'erogazione di servizi o nei trattamenti retributivi. Nascono per dare uniformità a livelli di servizio o retribuzione e in Italia sono stati introdotti in diversi ambiti: il più significativo è quello relativo alle regioni, istituito dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001.

I fondi di perequazione per il Sud sono stati oggetto di discussione politica a causa di significativi tagli, che hanno ridotto l'ammontare originario di fondi destinati al riequilibrio infrastrutturale.

 

Meno fondi per le infrastrutture al Sud

Giorgia Meloni ha festeggiato l’istituzione di un fondo perequativo, destinato alla realizzazione di infrastrutture nel Mezzogiorno, anno 2024. Ma una misura del genere esisteva già, con risorse ben più ricche di quelle messe in campo dall’esecutivo di destra. Il vecchio fondo, ora soppresso prevedeva 4,6 miliardi fino al 2033, quello varato dal Governo conta su appena 890 milioni (fanpage, 6 maggio 2024). L'obiettivo è realizzare nelle Regioni del Sud Italia, infrastrutture considerate prioritarie in una serie di settori, dalle strade alle ferrovie, dagli ospedali alle scuole.

Oltre 3 miliardi in meno per il Mezzogiorno

All’articolo 11 del Decreto Coesione già approvato dal Senato, sono contenuti interventi che si inseriscono nel quadro della revisione del PNRR e sono volti ad accelerare e rafforzare l'attuazione degli interventi finanziati dalla politica di coesione, riducendo i divari territoriali. Viene abolito il "Fondo perequativo infrastrutturale", previsto per la prima volta dalla legge sul federalismo fiscale del 2009. Si trattava di uno stanziamento dagli scopi praticamente sovrapponibili a quello introdotto dal governo Meloni ma con una differenza economica sostanziale.

Cruciale diventa un passaggio: se non ci sono accordi sui Lep o se le risorse sono insufficienti, il rischio è che solo alcune regioni più ricche possano avvantaggiarsi, mentre altre potrebbero rimanere indietro. 

Quali potrebbero essere le conseguenze di questa riforma?

o   Ampliamento delle disuguaglianze: Le regioni con maggiore capacità economica e sanitaria potrebbero migliorare ulteriormente i propri servizi, creando un divario maggiore con le regioni del Sud, che potrebbero non essere in grado di gestire nemmeno l'ordinario, specie se sono ancora in piano di rientro.

o   Aumento della mobilità sanitaria: Potrebbe esserci una migrazione di pazienti dal Sud verso il Nord, in cerca di cure migliori, e una fuga di medici e infermieri, soprattutto dal Sud verso il Nord, a causa di migliori condizioni contrattuali e lavorative.

o   Violazione del principio costituzionale: L'autonomia differenziata potrebbe violare il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute, creando un divario normativo e irreversibile.

o   Mancanza di tutela per i cittadini: L'eccessiva disomogeneità nella gestione dei servizi sanitari potrebbe compromettere i principi di universalità ed equità del Sistema Sanitario Nazionale. 

La Fondazione GIMBE invita il Governo a eliminare la “tutela della salute” dalle materie su cui le regioni possono richiedere maggiori autonomie. In alternativa, un’eventuale attuazione del regionalismo differenziato in sanità dovrà colmare prima il gap strutturale tra Nord e Sud, modificando i criteri di riparto del Fondo Sanitario Nazionale e aumentando le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle regioni. Altrimenti, si rischia di trasformare la sanità in un bene pubblico per i residenti al Nord e in un bene di consumo per le altre regioni, il cui accesso dipenderebbe dalle risorse disponibili.


 

 


Autore: GabriellaScrimieri 9 gennaio 2026
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