23 gennaio 2026

Aumento spese militari –ma gli italiani sono d’accordo?

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

Spese militari e servizi pubblici: gli italiani sono favorevoli all’aumento della difesa?

Tempo di lettura: 6 minuti


Il nostro Paese sta attraversando una fase economica complessa. Inflazione, aumento del costo dell’energia e bollette sempre più alte stanno mettendo sotto pressione famiglie e lavoratori.

In questo contesto, il tema delle spese militari e servizi pubblici diventa sempre più centrale nel dibattito politico e sociale. Molti cittadini si chiedono se l’invio di armi e l’aumento delle spese per la difesa siano davvero una priorità in un momento in cui settori fondamentali come sanità, istruzione e welfare mostrano evidenti criticità.

Secondo diversi sondaggi, infatti, una parte significativa della popolazione italiana guarda con diffidenza all’aumento delle spese militari, soprattutto se queste risorse potrebbero essere destinate ad altri ambiti del welfare pubblico.

Il sondaggio: gli italiani contrari all’aumento delle spese militari

Il tema delle spese militari e servizi pubblici è stato analizzato anche da un sondaggio realizzato dallo European Council on Foreign Relations (ECFR) nel 2024, in vista del summit della NATO.

I dati evidenziano un orientamento piuttosto chiaro dell’opinione pubblica italiana.

I principali risultati del sondaggio

Secondo la ricerca:

  • il 63% degli italiani è contrario all’aumento delle spese per la difesa
  • il 53% ritiene una cattiva idea l’invio di nuove armi e munizioni all’Ucraina
  • il 57% pensa che l’Europa dovrebbe spingere per un accordo tra Kiev e Mosca
  • l’80% è contrario all’invio di truppe per combattere

Tra i paesi europei analizzati, l’Italia risulta essere quello con il più alto livello di ostilità verso l’aumento delle spese militari, seconda solo a Grecia e Bulgaria per contrarietà all’invio di armi.

Questo dato riapre il dibattito sul rapporto tra spese militari e servizi pubblici, e su quanto le scelte politiche siano in linea con l’opinione dei cittadini.


Il ruolo del governo in una democrazia

In una democrazia come quella italiana, il governo ha il dovere di ascoltare il parere dei cittadini.

La Costituzione italiana stabilisce infatti un principio fondamentale:

“La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (Art. 1).

Questo significa che le istituzioni devono agire in rappresentanza della volontà popolare, cercando di mediare tra le esigenze dei cittadini e l’interesse generale dello Stato.

I fondamenti costituzionali della rappresentanza

Il rapporto tra spese militari e servizi pubblici può essere letto anche alla luce dei principi costituzionali.

Sovranità popolare

La Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo. Il governo, essendo eletto dai cittadini, ha quindi il compito di operare nel loro interesse.

Rappresentanza democratica

Attraverso il voto, i cittadini eleggono i propri rappresentanti in Parlamento.

Questi hanno il compito di:

  • interpretare le istanze della società
  • mediare tra interessi individuali e interesse collettivo
  • promuovere politiche orientate al bene comune

Compito del governo

Il governo esercita il potere esecutivo e deve mantenere l’unità di indirizzo politico e amministrativo, coordinando l’attività dei ministri per realizzare gli obiettivi dello Stato.

Tra questi obiettivi rientra anche il benessere dei cittadini.


Spese militari e servizi pubblici: il dilemma delle risorse

Alla luce della situazione economica attuale, molti cittadini si interrogano sulla destinazione delle risorse pubbliche.

Se aumentano le spese militari, inevitabilmente si apre il dibattito su quali settori potrebbero ricevere meno finanziamenti.

Tra i principali ambiti coinvolti troviamo:

  • sanità pubblica
  • istruzione
  • servizi sociali
  • politiche per la disabilità
  • welfare

Il rapporto tra spese militari e servizi pubblici diventa quindi una questione politica, ma anche etica e sociale.

La situazione della sanità pubblica

Uno dei settori più discussi nel confronto tra spese militari e servizi pubblici è la sanità.

Spesa sanitaria prevista

Secondo il Bilancio di previsione 2026, il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe aumentare in valore assoluto:

  • da circa 136,5 miliardi nel 2025
  • a circa 142,9 miliardi nel 2026

L’incremento è quindi di circa 6,4 miliardi di euro.

Il quadro reale

Nonostante questo aumento nominale, la situazione appare più complessa.

In rapporto al PIL, la spesa sanitaria:

  • scende al 6,6% nel 2026
  • con una tendenza a diminuire negli anni successivi

Secondo analisi della Fondazione Gimbe, la spesa sanitaria italiana rimane inferiore alla media dei paesi OCSE e dell’Unione Europea.


Tagli e riduzioni su voci specifiche

Oltre alla questione generale della  spesa sanitaria, sono stati segnalati anche interventi su alcune voci specifiche.

Tra questi:

  • taglio di circa 140 milioni di euro al Fondo per i farmaci innovativi
  • effetti potenziali su terapie avanzate e cure per pazienti fragili

Questo riguarda in particolare persone affette da patologie gravi o croniche, tra cui molti pazienti con disabilità.

In sintesi, la spesa sanitaria cresce in valore assoluto ma meno di quanto sarebbe necessario per rispondere ai bisogni reali della popolazione.

Istruzione e scuole

Il confronto tra spese militari e servizi pubblici riguarda anche il settore dell’istruzione.

Tagli previsti

Secondo alcune analisi riportate da ANSA e Libera, la Manovra di bilancio 2026 prevede:

  • tagli stimati di circa 620 milioni di euro all’istruzione nei prossimi tre anni

Finanziamenti alle scuole paritarie

Parallelamente, il governo ha stanziato:

  • circa 750 milioni di euro per le scuole paritarie (private) nel periodo 2024–2025.

Secondo alcuni osservatori critici del settore, queste scelte potrebbero rappresentare una riduzione indiretta delle risorse destinate alla scuola statale.

Il livello di spesa per l’istruzione in Italia

Un altro elemento importante riguarda la spesa complessiva per l’istruzione.

Storicamente, l’Italia è tra i paesi europei che investono meno in istruzione in rapporto al PIL.

Anche in assenza di tagli strutturali molto rilevanti, la quota di risorse destinata alla scuola rimane inferiore rispetto alla media europea.

Questo alimenta ulteriormente il dibattito sul rapporto tra spese militari e servizi pubblici.

Politiche sulla disabilità

Per quanto riguarda la disabilità, non esistono dati univoci e pubblici su eventuali tagli complessivi nel bilancio 2026.

Tuttavia emergono alcune criticità.

Tra queste:

  • risorse considerate insufficienti per gli insegnanti di sostegno
  • riduzione di fondi legati a farmaci innovativi (circa 140 milioni)

In molti casi le risorse disponibili crescono meno rispetto alle necessità reali delle persone con disabilità.


Una domanda che divide l’opinione pubblica

Alla luce di questi dati, il rapporto tra spese militari e servizi pubblici solleva un interrogativo sempre più presente nel dibattito pubblico.

Se molti cittadini affrontano:

  • difficoltà economiche
  • carenze nei servizi sanitari
  • problemi nel sistema scolastico
  • limitazioni nei servizi sociali

è legittimo chiedersi se le priorità della spesa pubblica siano realmente coerenti con i bisogni della popolazione.


Conclusione

Il tema delle spese militari e servizi pubblici rappresenta uno dei nodi più complessi del dibattito politico contemporaneo.

Da un lato esistono esigenze legate alla sicurezza internazionale e agli equilibri geopolitici; dall’altro emergono bisogni sociali concreti che riguardano la vita quotidiana dei cittadini.

In una democrazia, il governo ha il compito di mediare tra queste esigenze, mantenendo sempre come riferimento il principio costituzionale secondo cui la sovranità appartiene al popolo.

Ed è proprio da questo principio che nasce la domanda che molti cittadini oggi si pongono:

quanto le scelte politiche riescono davvero a rappresentare gli interessi e le priorità della società?

Autore: Gabriella Scrimieri 17 luglio 2026
Reddito di base europeo incondizionato: la proposta UE per contrastare la povertà Tempo di lettura: 6 minuti Introduzione Il reddito di base europeo incondizionato torna al centro del dibattito dell'Unione Europea come possibile misura per contrastare la povertà e rafforzare la protezione sociale dei cittadini. L'obiettivo è quello di garantire una soglia minima di sostegno economico, indipendentemente dalla condizione lavorativa, in un contesto segnato dall'aumento delle disuguaglianze, della precarietà e dall'impatto crescente dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Il reddito di base europeo incondizionato si inserisce tra gli strumenti collegati al Pilastro europeo dei diritti sociali, che individua il contrasto alla povertà come uno degli obiettivi prioritari dell'Unione Europea. Cos'è il reddito di base europeo incondizionato Il reddito di base europeo incondizionato (RBI) è una proposta sostenuta da un'Iniziativa dei Cittadini Europei che mira a introdurre una misura valida in tutta l'Unione Europea. Dal punto di vista politico, la proposta è sostenuta principalmente da: movimenti civici europei; il gruppo The Left al Parlamento europeo; i Verdi europei; alcuni parlamentari europei. L'obiettivo del reddito di base europeo incondizionato è contrastare la crescente precarietà economica, anche alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro causate dall'automazione e dall'intelligenza artificiale. Il Pilastro europeo dei diritti sociali Il reddito di base europeo incondizionato trova il proprio riferimento nel Pilastro europeo dei diritti sociali. Questo documento individua 20 principi fondamentali che guidano le politiche sociali e del lavoro degli Stati membri. I tre pilastri principali riguardano: pari opportunità condizioni di lavoro eque protezione sociale e inclusione Si tratta, tuttavia, di un documento non vincolante , la cui attuazione resta affidata alle autorità nazionali, regionali e locali. Gli obiettivi dell'Unione Europea contro la povertà La Commissione Europea ha fissato una serie di obiettivi in materia di: occupazione; competenze; inclusione sociale. Tra i risultati attesi vi è la riduzione del numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. L'obiettivo indicato dalla Commissione prevede infatti che il numero delle persone in questa condizione diminuisca di almeno 15 milioni entro il 2030 . In questo contesto, il reddito di base europeo incondizionato viene considerato da alcuni gruppi politici uno strumento utile per raggiungere tali finalità. Perché si propone il reddito di base europeo incondizionato Una misura contro la povertà Il reddito di base europeo incondizionato nasce con l'obiettivo di ridurre il numero di cittadini che vivono in condizioni di povertà, soprattutto negli Stati membri che non garantiscono redditi minimi adeguati. La misura riguarda anche coloro che, pur avendo un'occupazione, non riescono a sostenere il costo della vita e ad acquistare il cosiddetto paniere dei beni essenziali. Gli obiettivi della proposta Secondo i promotori, il reddito di base europeo incondizionato consentirebbe di: garantire una soglia minima di sussistenza dignitosa; scollegare la sopravvivenza economica dal solo lavoro subordinato; offrire maggiore potere contrattuale ai lavoratori; contrastare il fenomeno del lavoro sottopagato; tutelare i cittadini dagli effetti dell'automazione e dell'intelligenza artificiale; ridurre il rischio di indebitamento. Come funziona l'iniziativa dei cittadini europei La proposta sul reddito di base europeo incondizionato è stata registrata dalla Commissione Europea il 7 luglio 2026 . Attualmente la raccolta firme non è ancora iniziata. Le prossime fasi Gli organizzatori avranno: 6 mesi di tempo dalla registrazione per completare gli aspetti organizzativi e fissare la data di avvio della raccolta firme; 12 mesi per raccogliere le adesioni una volta aperta ufficialmente l'iniziativa. Per consentire alla Commissione Europea di esaminare formalmente la proposta sarà necessario raggiungere contemporaneamente due requisiti: almeno 1 milione di firme di cittadini dell'Unione Europea; superare la soglia minima prevista in almeno 7 Stati membri. Reddito di base europeo incondizionato e povertà in Italia Il tema del reddito di base europeo incondizionato assume particolare rilevanza anche alla luce dei dati italiani sulla povertà. Secondo i dati ISTAT richiamati nel testo: il 9,8% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; le persone coinvolte sono stabilmente 5,7 milioni . Numeri che riportano al centro del dibattito la necessità di individuare strumenti efficaci di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Conclusione: una nuova opportunità per il contrasto alla povertà? Il reddito di base europeo incondizionato rappresenta una proposta che punta a rafforzare la protezione sociale nell'Unione Europea, garantendo un sostegno economico minimo ai cittadini e affrontando le nuove sfide poste dalla precarietà lavorativa e dall'evoluzione tecnologica. Resta ora da verificare se l'iniziativa riuscirà a raccogliere il consenso necessario per essere esaminata dalle istituzioni europee. Alla luce dell'aumento della povertà assoluta e delle difficoltà economiche che interessano milioni di cittadini, il dibattito sul reddito di base europeo incondizionato potrebbe tornare ad assumere un ruolo centrale nelle future politiche sociali dell'Unione Europea.
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