26 agosto 2026

Il ruolo della donna nella storia e il ritorno alle origini con le nuove politiche

Articolo scritto da Gabriella Scrimieri

Il ruolo della donna tra fascismo, nazismo e nuove proposte politiche: dalla maternità imposta ai diritti conquistati
Tempo di lettura: 7 minuti

Il ruolo della donna nella storia: quando la maternità diventa una questione politica

Nella prima metà del Novecento, il ruolo della donna è stato costantemente interpretato attraverso la lente della demografia e della propaganda politica.

Durante la Seconda guerra mondiale, in Italia come in Germania, questa funzione divenne centrale ma al contempo fortemente riduttiva: la figura femminile fu relegata allo stereotipo della madre devota e prolifica, il cui compito principale era fornire figli, braccia e soldati alla macchina dello Stato.

Ma esiste un risvolto meno conosciuto e nettamente economico.

La donna non serviva soltanto a fare figli, ma contribuiva ad ammortizzare i costi dello Stato. Assumendosi quasi interamente il carico dell'assistenza di figli, mariti e anziani, svolgeva un vero e proprio lavoro di welfare domestico gratuito.

Garantendo questo sistema di assistenza familiare, lo Stato poteva ridurre gli investimenti nelle politiche sociali e concentrare le proprie risorse sullo sforzo bellico.

Il prezzo di questo sistema fu però molto alto: l'annullamento dell'emancipazione femminile, la limitazione dell'accesso all'istruzione e alle opportunità professionali e una condizione di forte dipendenza economica dal capofamiglia.

Il ruolo della donna durante il fascismo

Il ruolo della donna durante il fascismo venne fortemente condizionato dalla politica demografica del regime.

Il 26 maggio 1927, durante il cosiddetto Discorso dell'Ascensione, Benito Mussolini affrontò il tema del calo demografico affermando:

“Se diminuiscono le nascite non si fa l’impero ma si diventa una colonia, senza il numero tutto decade tutto crolla”.

Mussolini collegava direttamente la crescita demografica alla potenza dello Stato e alla sicurezza nazionale:

“La potenza militare dello Stato, l’avvenire e la sicurezza della nazione sono legati al problema demografico, assillante in tutti i paesi di razza bianca e anche nel nostro”.

La maternità diventava quindi uno strumento politico e demografico. La donna veniva identificata principalmente con la funzione riproduttiva e familiare.

Le politiche demografiche del regime fascista

Tra le misure adottate dal regime rientravano:

  • la tassa sul celibato;
  • la celebrazione della maternità e della famiglia numerosa;
  • una forte condanna morale di chi non sceglieva il matrimonio;
  • politiche contro il controllo delle nascite;
  • limitazioni all'emancipazione femminile;
  • restrizioni sull'accesso delle donne ad alcuni impieghi pubblici.

Nel discorso del 18 marzo 1934, Mussolini affermava:

“La giornata della madre e del fanciullo, la tassa sul celibato e la sua condanna morale, tutto concorre alla difesa della razza”.

Il ruolo della donna veniva quindi inserito all'interno di una precisa visione dello Stato, della famiglia e della demografia.

Emancipazione femminile e controllo della maternità

Nei confronti delle donne vennero adottate una serie di misure coercitive finalizzate a contrastarne l'emancipazione e a rafforzarne il ruolo domestico e materno.

Una delle formulazioni più esplicite contenute nella documentazione citata è quella riportata da Korherr:

“Sono necessarie pene severissime e senza alcun riguardo per ogni scherno e derisione del matrimonio, della famiglia, della maternità e delle misure prese contro il regresso delle nascite”.

Il testo prosegue richiamando:

“La lotta contro gli eccessi dell’emancipazione delle donne [...] contro la facilitazione legale del divorzio e la mitigazione delle pene per l’aborto; lotta contro la propaganda sul controllo delle nascite”.

Viene inoltre sottolineata l'importanza dell'allattamento materno e della cura dei bambini direttamente da parte della madre:

“È necessaria una cura esatta dei lattanti, cioè per mezzo della madre non in istituti, contro l’alimentazione artificiale dei lattanti”.

(Korherr, Regresso delle nascite, 2020)

Il ruolo della donna veniva dunque ricondotto principalmente alla maternità e alla cura della famiglia.

Il delitto d'onore durante il periodo fascista

Durante il periodo fascista fu introdotto anche il cosiddetto delitto d'onore.

L'articolo 587 del Codice Penale fu introdotto nel 1930. Sebbene la norma fosse formulata in termini apparentemente neutri, nella pratica giudiziaria e nella società dell'epoca contribuì a una concezione fortemente patriarcale della famiglia.

La visione della famiglia nel regime

L'impostazione del regime fascista si fondava su una struttura familiare gerarchica nella quale l'onore era strettamente collegato al controllo della sessualità femminile.

Il ruolo della donna veniva quindi definito anche attraverso il rapporto con il marito, la famiglia e la morale pubblica.

L'aborto durante il regime fascista

Durante il regime fascista, l'aborto era severamente proibito e considerato un reato penale.

Con il Codice Rocco del 1930, l'aborto venne inserito tra i delitti contro l'integrità e la sanità della stirpe.

La maternità veniva considerata funzionale alla crescita demografica e alla potenza dello Stato.

Le pene previste

La normativa prevedeva conseguenze penali sia per chi praticava l'aborto sia per la donna che vi si sottoponeva.

Tra le misure previste:

  • l'aborto veniva considerato un reato penale;
  • erano previste pene detentive anche particolarmente severe;
  • erano previste aggravanti in caso di lesioni o morte della donna;
  • il regime contrastava il controllo delle nascite e la contraccezione;
  • l'obiettivo era favorire l'aumento della popolazione.

Queste norme rimasero in vigore per decenni, fino all'approvazione della legge 194 del 1978, che ha disciplinato l'interruzione volontaria della gravidanza.


Natalità, esercito e potenza dello Stato

Per Benito Mussolini, l'aumento delle nascite era essenziale per rafforzare la potenza militare e demografica dell'Italia fascista.

Più nascite significavano più soldati

Il numero dei cittadini veniva direttamente collegato alla forza militare del Paese. La crescita della popolazione era quindi considerata una risorsa strategica per lo Stato.

Il ruolo della donna diventava, in questa prospettiva, funzionale alla produzione delle future generazioni e quindi alla potenza nazionale.

Le azioni del regime

Per raggiungere gli obiettivi demografici, lo Stato mise in campo incentivi e obblighi:

  • Tassa sui celibi: gli uomini non sposati erano sottoposti a una tassa specifica.
  • Premi per la natalità: le famiglie numerose ricevevano riconoscimenti e aiuti economici.
  • Ruolo della donna: la donna veniva rappresentata principalmente come madre e custode della famiglia e della "razza".
  • Divieti: furono proibiti l'aborto e la vendita di contraccettivi e venne limitato l'accesso delle donne ad alcuni impieghi pubblici.

E se una donna partoriva un bambino con disabilità?

Questa domanda permette di comprendere un altro aspetto drammatico dell'ideologia dell'epoca.

Nel fascismo, i bambini con gravi disabilità fisiche o psichiche venivano considerati non conformi all'ideale del cittadino efficiente, produttivo e utile alla patria.

La gestione di questa infanzia si articolò anche attraverso forme di esclusione e internamento istituzionale.

Esclusione e "bonifica umana"

I bambini con gravi disabilità potevano essere progressivamente allontanati dalla società ed esclusi dai normali percorsi educativi.

Venivano quindi inseriti in:

  • istituti medico-pedagogici;
  • scuole speciali o differenziali;
  • manicomi.

L'obiettivo ideologico della cosiddetta "bonifica della razza" consisteva anche nel nascondere ciò che non corrispondeva all'ideale del cittadino-soldato produttivo e utile alla patria.

Il ruolo della donna nella Germania nazista

Anche nella Germania di Hitler il ruolo della donna venne ricondotto principalmente alla maternità, alla famiglia e alla continuità della popolazione.

La donna veniva rappresentata come madre e custode della comunità nazionale.

La maternità era celebrata e incentivata attraverso riconoscimenti e premi collegati al numero dei figli, mentre lo spazio femminile nella vita pubblica, politica e professionale veniva fortemente limitato.

Parallelamente, alcune categorie di donne venivano marginalizzate, sorvegliate e perseguitate sulla base dell'ideologia razziale e politica del regime.


E se nella Germania nazista una donna partoriva un bambino disabile?

Adolf Hitler considerava le persone con disabilità fisiche o mentali come un peso per lo Stato e una minaccia alla presunta purezza genetica della popolazione.

Questa concezione portò a politiche sistematiche di persecuzione e sterminio.

Il programma Aktion T4

Il Programma Aktion T4, avviato nel 1939, portò all'uccisione sistematica di numerose persone con disabilità.

I medici nazisti identificavano bambini e adulti con diverse condizioni fisiche e psichiche.

I bambini venivano trasferiti in strutture speciali, dove venivano sottoposti a pratiche letali.

La vicenda dimostra fino a quali conseguenze estreme può condurre un'ideologia che stabilisce il valore delle persone sulla base della loro presunta utilità per lo Stato.

Le nuove proposte politiche sulla famiglia e sulla natalità

La riflessione sul ruolo della donna torna oggi anche attraverso alcune proposte politiche dedicate a demografia, famiglia, maternità e natalità.

Tra i temi presenti nella seconda parte del programma di Futuro Nazionale vengono indicati valori definiti “non negoziabili”: demografia, vita, famiglia e identità cristiana.

Secondo l'impostazione proposta, l'unica famiglia da riconoscere e sostenere sarebbe quella composta da uomo e donna.

Da questa impostazione derivano proposte riguardanti:

  • diritti delle coppie omosessuali;
  • adozioni;
  • gestazione per altri;
  • politiche a favore della natalità.

Aborto e fine vita: le proposte

Tra le misure proposte per contrastare l'interruzione di gravidanza vengono indicate:

  • maggiore presenza di associazioni pro-vita nei consultori;
  • sostegni economici alle donne in difficoltà;
  • iniziative per consentire alle donne incinte di vedere il feto e ascoltarne il battito cardiaco;
  • divieto di somministrazione della pillola abortiva RU-486 in regime ambulatoriale o domiciliare;
  • rafforzamento dell'obiezione di coscienza;
  • modifica del Codice Civile per riconoscere al concepito alcuni diritti già durante la gravidanza;
  • istituzione del 25 marzo come Giornata Nazionale della Vita Nascente;
  • obbligo di culle per la vita negli ospedali con reparti di maternità;
  • sostegno economico alle case rifugio;
  • un piano nazionale per la vita nascente, la prevenzione dell'aborto e il sostegno delle donne.

Reddito di genitorialità e nuove politiche familiari

Tra le proposte viene indicato anche il reddito di genitorialità, insieme a misure economiche per sostenere le famiglie.

Tra queste:

  • introduzione di un quoziente familiare;
  • detrazioni fiscali crescenti con l'aumentare del numero dei figli;
  • asili nido a basso costo;
  • alloggi agevolati per giovani coppie sposate;
  • esenzione dal canone RAI per famiglie con più di tre figli;
  • Mutuo tricolore, con una riduzione del tasso di interesse alla nascita di ogni figlio;
  • sospensione temporanea delle rate del mutuo alla nascita di un figlio, senza accumulo di interessi.

Il programma prevede inoltre un meccanismo attraverso il quale un genitore che abbia avuto un figlio negli ultimi tre anni possa lasciare il proprio posto di lavoro, trasferendolo a una persona che riceve una misura di sostegno al reddito. Una parte della spesa risparmiata dallo Stato per il sussidio verrebbe trasferita al genitore che lascia il lavoro per occuparsi dei figli.

Come alternativa viene indicato anche un reddito di rinascita destinato alle madri italiane fino ai 12 o 18 anni di età dei figli, con importi crescenti in base al numero dei figli.

Dal passato al presente: quale ruolo vogliamo riconoscere alle donne?

Il confronto tra queste diverse fasi storiche porta inevitabilmente a interrogarsi sul ruolo della donna nella società.

Durante il fascismo e il nazismo, la maternità veniva inserita all'interno di un progetto politico e demografico nel quale la donna non era considerata pienamente autonoma, ma principalmente come madre, moglie e strumento della crescita della popolazione.

Oggi il dibattito sulla natalità torna al centro della politica attraverso nuove proposte di sostegno economico alla famiglia, alla maternità e alla genitorialità.

La domanda fondamentale, però, rimane quella del rapporto tra scelte individuali, diritti e politiche demografiche.


Conclusioni: dalla maternità imposta alla libertà di scegliere

Ripercorrere queste tre fasi storiche permette di interrogarsi sulle similitudini e sulle differenze tra passato e presente.

La domanda finale riguarda soprattutto la libertà individuale.

Dopo anni di battaglie e conquiste, vogliamo davvero tornare agli anni in cui la donna non era considerata una persona autonoma, ma principalmente una macchina per fare figli?

E soprattutto, se una donna partorisse un figlio con disabilità, come dovremmo comportarci?

La storia mostra quanto sia pericoloso costruire il valore di una persona sulla sua presunta utilità per lo Stato, per la società o per la demografia.

Per questo il dibattito sul ruolo della donna, sulla maternità e sulle politiche familiari dovrebbe essere affrontato con consapevolezza storica, attenzione ai diritti e rispetto della libertà individuale.

Conoscere il passato significa anche avere gli strumenti per riconoscere le trasformazioni del presente e interrogarsi sulle conseguenze delle scelte politiche che riguardano la vita delle persone.

22 miliardi per il riarmo: quanto si potrebbe investire in sanità, scuola, welfare e servizi essenzi
Autore: Gabriella Scrimieri • 12 agosto 2026
22 miliardi per il riarmo: quanto si potrebbe investire in sanità, scuola, welfare, trasporti e servizi essenziali per migliorare la vita dei cittadini
Autore: Gabriella Scrimieri • 17 luglio 2026
Reddito di base europeo incondizionato: la proposta UE per contrastare la povertà Tempo di lettura: 6 minuti Introduzione Il reddito di base europeo incondizionato torna al centro del dibattito dell'Unione Europea come possibile misura per contrastare la povertà e rafforzare la protezione sociale dei cittadini. L'obiettivo è quello di garantire una soglia minima di sostegno economico, indipendentemente dalla condizione lavorativa, in un contesto segnato dall'aumento delle disuguaglianze, della precarietà e dall'impatto crescente dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Il reddito di base europeo incondizionato si inserisce tra gli strumenti collegati al Pilastro europeo dei diritti sociali, che individua il contrasto alla povertà come uno degli obiettivi prioritari dell'Unione Europea. Cos'è il reddito di base europeo incondizionato Il reddito di base europeo incondizionato (RBI) è una proposta sostenuta da un'Iniziativa dei Cittadini Europei che mira a introdurre una misura valida in tutta l'Unione Europea. Dal punto di vista politico, la proposta è sostenuta principalmente da: movimenti civici europei; il gruppo The Left al Parlamento europeo; i Verdi europei; alcuni parlamentari europei. L'obiettivo del reddito di base europeo incondizionato è contrastare la crescente precarietà economica, anche alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro causate dall'automazione e dall'intelligenza artificiale. Il Pilastro europeo dei diritti sociali Il reddito di base europeo incondizionato trova il proprio riferimento nel Pilastro europeo dei diritti sociali. Questo documento individua 20 principi fondamentali che guidano le politiche sociali e del lavoro degli Stati membri. I tre pilastri principali riguardano: pari opportunità condizioni di lavoro eque protezione sociale e inclusione Si tratta, tuttavia, di un documento non vincolante , la cui attuazione resta affidata alle autorità nazionali, regionali e locali. Gli obiettivi dell'Unione Europea contro la povertà La Commissione Europea ha fissato una serie di obiettivi in materia di: occupazione; competenze; inclusione sociale. Tra i risultati attesi vi è la riduzione del numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. L'obiettivo indicato dalla Commissione prevede infatti che il numero delle persone in questa condizione diminuisca di almeno 15 milioni entro il 2030 . In questo contesto, il reddito di base europeo incondizionato viene considerato da alcuni gruppi politici uno strumento utile per raggiungere tali finalità. Perché si propone il reddito di base europeo incondizionato Una misura contro la povertà Il reddito di base europeo incondizionato nasce con l'obiettivo di ridurre il numero di cittadini che vivono in condizioni di povertà, soprattutto negli Stati membri che non garantiscono redditi minimi adeguati. La misura riguarda anche coloro che, pur avendo un'occupazione, non riescono a sostenere il costo della vita e ad acquistare il cosiddetto paniere dei beni essenziali. Gli obiettivi della proposta Secondo i promotori, il reddito di base europeo incondizionato consentirebbe di: garantire una soglia minima di sussistenza dignitosa; scollegare la sopravvivenza economica dal solo lavoro subordinato; offrire maggiore potere contrattuale ai lavoratori; contrastare il fenomeno del lavoro sottopagato; tutelare i cittadini dagli effetti dell'automazione e dell'intelligenza artificiale; ridurre il rischio di indebitamento. Come funziona l'iniziativa dei cittadini europei La proposta sul reddito di base europeo incondizionato è stata registrata dalla Commissione Europea il 7 luglio 2026 . Attualmente la raccolta firme non è ancora iniziata. Le prossime fasi Gli organizzatori avranno: 6 mesi di tempo dalla registrazione per completare gli aspetti organizzativi e fissare la data di avvio della raccolta firme; 12 mesi per raccogliere le adesioni una volta aperta ufficialmente l'iniziativa. Per consentire alla Commissione Europea di esaminare formalmente la proposta sarà necessario raggiungere contemporaneamente due requisiti: almeno 1 milione di firme di cittadini dell'Unione Europea; superare la soglia minima prevista in almeno 7 Stati membri. Reddito di base europeo incondizionato e povertà in Italia Il tema del reddito di base europeo incondizionato assume particolare rilevanza anche alla luce dei dati italiani sulla povertà. Secondo i dati ISTAT richiamati nel testo: il 9,8% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; le persone coinvolte sono stabilmente 5,7 milioni . Numeri che riportano al centro del dibattito la necessità di individuare strumenti efficaci di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Conclusione: una nuova opportunità per il contrasto alla povertà? Il reddito di base europeo incondizionato rappresenta una proposta che punta a rafforzare la protezione sociale nell'Unione Europea, garantendo un sostegno economico minimo ai cittadini e affrontando le nuove sfide poste dalla precarietà lavorativa e dall'evoluzione tecnologica. Resta ora da verificare se l'iniziativa riuscirà a raccogliere il consenso necessario per essere esaminata dalle istituzioni europee. Alla luce dell'aumento della povertà assoluta e delle difficoltà economiche che interessano milioni di cittadini, il dibattito sul reddito di base europeo incondizionato potrebbe tornare ad assumere un ruolo centrale nelle future politiche sociali dell'Unione Europea.
Valori dell’Unione Europea: perché il contrasto alle discriminazioni è un principio fondamentale
Autore: Gabriella Scrimieri • 29 giugno 2026
Valori dell’Unione Europea: perché il contrasto alle discriminazioni è un principio fondamentale
Mostra altri
22 miliardi per il riarmo: quanto si potrebbe investire in sanità, scuola, welfare e servizi essenzi
Autore: Gabriella Scrimieri • 12 agosto 2026
22 miliardi per il riarmo: quanto si potrebbe investire in sanità, scuola, welfare, trasporti e servizi essenziali per migliorare la vita dei cittadini
Autore: Gabriella Scrimieri • 17 luglio 2026
Reddito di base europeo incondizionato: la proposta UE per contrastare la povertà Tempo di lettura: 6 minuti Introduzione Il reddito di base europeo incondizionato torna al centro del dibattito dell'Unione Europea come possibile misura per contrastare la povertà e rafforzare la protezione sociale dei cittadini. L'obiettivo è quello di garantire una soglia minima di sostegno economico, indipendentemente dalla condizione lavorativa, in un contesto segnato dall'aumento delle disuguaglianze, della precarietà e dall'impatto crescente dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Il reddito di base europeo incondizionato si inserisce tra gli strumenti collegati al Pilastro europeo dei diritti sociali, che individua il contrasto alla povertà come uno degli obiettivi prioritari dell'Unione Europea. Cos'è il reddito di base europeo incondizionato Il reddito di base europeo incondizionato (RBI) è una proposta sostenuta da un'Iniziativa dei Cittadini Europei che mira a introdurre una misura valida in tutta l'Unione Europea. Dal punto di vista politico, la proposta è sostenuta principalmente da: movimenti civici europei; il gruppo The Left al Parlamento europeo; i Verdi europei; alcuni parlamentari europei. L'obiettivo del reddito di base europeo incondizionato è contrastare la crescente precarietà economica, anche alla luce delle trasformazioni del mercato del lavoro causate dall'automazione e dall'intelligenza artificiale. Il Pilastro europeo dei diritti sociali Il reddito di base europeo incondizionato trova il proprio riferimento nel Pilastro europeo dei diritti sociali. Questo documento individua 20 principi fondamentali che guidano le politiche sociali e del lavoro degli Stati membri. I tre pilastri principali riguardano: pari opportunità condizioni di lavoro eque protezione sociale e inclusione Si tratta, tuttavia, di un documento non vincolante , la cui attuazione resta affidata alle autorità nazionali, regionali e locali. Gli obiettivi dell'Unione Europea contro la povertà La Commissione Europea ha fissato una serie di obiettivi in materia di: occupazione; competenze; inclusione sociale. Tra i risultati attesi vi è la riduzione del numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. L'obiettivo indicato dalla Commissione prevede infatti che il numero delle persone in questa condizione diminuisca di almeno 15 milioni entro il 2030 . In questo contesto, il reddito di base europeo incondizionato viene considerato da alcuni gruppi politici uno strumento utile per raggiungere tali finalità. Perché si propone il reddito di base europeo incondizionato Una misura contro la povertà Il reddito di base europeo incondizionato nasce con l'obiettivo di ridurre il numero di cittadini che vivono in condizioni di povertà, soprattutto negli Stati membri che non garantiscono redditi minimi adeguati. La misura riguarda anche coloro che, pur avendo un'occupazione, non riescono a sostenere il costo della vita e ad acquistare il cosiddetto paniere dei beni essenziali. Gli obiettivi della proposta Secondo i promotori, il reddito di base europeo incondizionato consentirebbe di: garantire una soglia minima di sussistenza dignitosa; scollegare la sopravvivenza economica dal solo lavoro subordinato; offrire maggiore potere contrattuale ai lavoratori; contrastare il fenomeno del lavoro sottopagato; tutelare i cittadini dagli effetti dell'automazione e dell'intelligenza artificiale; ridurre il rischio di indebitamento. Come funziona l'iniziativa dei cittadini europei La proposta sul reddito di base europeo incondizionato è stata registrata dalla Commissione Europea il 7 luglio 2026 . Attualmente la raccolta firme non è ancora iniziata. Le prossime fasi Gli organizzatori avranno: 6 mesi di tempo dalla registrazione per completare gli aspetti organizzativi e fissare la data di avvio della raccolta firme; 12 mesi per raccogliere le adesioni una volta aperta ufficialmente l'iniziativa. Per consentire alla Commissione Europea di esaminare formalmente la proposta sarà necessario raggiungere contemporaneamente due requisiti: almeno 1 milione di firme di cittadini dell'Unione Europea; superare la soglia minima prevista in almeno 7 Stati membri. Reddito di base europeo incondizionato e povertà in Italia Il tema del reddito di base europeo incondizionato assume particolare rilevanza anche alla luce dei dati italiani sulla povertà. Secondo i dati ISTAT richiamati nel testo: il 9,8% della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta; le persone coinvolte sono stabilmente 5,7 milioni . Numeri che riportano al centro del dibattito la necessità di individuare strumenti efficaci di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Conclusione: una nuova opportunità per il contrasto alla povertà? Il reddito di base europeo incondizionato rappresenta una proposta che punta a rafforzare la protezione sociale nell'Unione Europea, garantendo un sostegno economico minimo ai cittadini e affrontando le nuove sfide poste dalla precarietà lavorativa e dall'evoluzione tecnologica. Resta ora da verificare se l'iniziativa riuscirà a raccogliere il consenso necessario per essere esaminata dalle istituzioni europee. Alla luce dell'aumento della povertà assoluta e delle difficoltà economiche che interessano milioni di cittadini, il dibattito sul reddito di base europeo incondizionato potrebbe tornare ad assumere un ruolo centrale nelle future politiche sociali dell'Unione Europea.
Valori dell’Unione Europea: perché il contrasto alle discriminazioni è un principio fondamentale
Autore: Gabriella Scrimieri • 29 giugno 2026
Valori dell’Unione Europea: perché il contrasto alle discriminazioni è un principio fondamentale
Show More

Condividi questo articolo